Di seguito vi è l’elenco dei principali fattori di rischio relativi al contesto lavorativo, se vuoi prima leggere l’articolo che definisce i fattori di rischio psicosociali, clicca qui.

 

  • Ambiente di lavoro e attrezzature
    Un ambiente di lavoro non confortevole (scarsa illuminazione, alta temperatura, freddo eccessivo, cattiva ventilazione, rumore, spazi insufficienti, scarse condizioni igieniche) può determinare un’esperienza di stress, disturbare il lavoratore riducendo la sua tolleranza ad altri stressors e la sua motivazione al lavoro, aumentando il rischio di incidenti, di disturbi fisici e psicologici ed, in linea generale incidere negativamente sul benessere e la soddisfazione dei lavoratori (es: Holt, 1982 citato in Cox et al., 2000). Inoltre, agenti fisici o chimici presenti nell’ambiente e la sensazione di scarso potere di controllo su di essi sono da considerare anch’essi elementi stressogeni così come la carenza di strumentazioni e attrezzature adeguate allo svolgimento del proprio lavoro (Bernardi e Sprini, 2005).

  • Pianificazione dei compiti
    Tra i fattori relativi alla pianificazione dei compiti di lavoro troviamo: la carenza di varietà, la ripetitività, la monotonia, la scarsa possibilità di apprendimento e la noia. Suddetti fattori sono spesso associati a risposte d’ansia, a depressione e ad uno scarso benessere psicologico (Broadbent & Gath, 1981; O’Hanlon, 1981; Smith, 1981 citati in Cox et al., 2000). In presenza di tali tipi di compiti si può anche riscontrare un aumento dei disturbi quali ad esempio quelli muscolo-scheletrici (Jensen et al., 2002; Larsman, 2006).

  • Carico/ritmi di lavoro
    Il carico di lavoro è stato dei primi aspetti del lavoro ad interessare i ricercatori e a ricevere attenzione. I primi risultati scientifici (Frankeauser, 1975; Stewart, 1976 citati in Bernardi e Sprini, 2005) hanno subito evidenziato che sia il carico di lavoro sovradimensionato che quello sottodimensionato possono essere fonte di pericolosità per la salute. Alcuni autori (French & Caplan, 1970 citati in Bernardi e Sprini, 2005; Winnubst et al., 1996) hanno operato una distinzione tra carico di lavoro quantitativo, ossia la quantità di lavoro da realizzare (avere troppe cose da fare), e carico di lavoro qualitativo, ossia la difficoltà e la complessità del lavoro da realizzare. Entrambe le due dimensioni sono state associate all’esperienza di stress.

    “La ripetitività, la monotonia, industriale, i compiti parcellizzati e scanditi dalla macchina rappresentano situazioni lavorative facilmente omologabili a quelle di sottocarico lavorativo. A compiti come questi, infatti, spesso si associa la mancanza di stimolazione con la scarsa possibilità di utilizzare le proprie abilità e la riduzione della discrezionalità decisionale” (Favretto, 1994). Il carico di lavoro va considerato anche in relazione al ritmo di lavoro ossia la rapidità e l’urgenza con cui il lavoro deve essere terminato: il lavoro svolto ad un ritmo elevato è dannoso per la salute fisica e psicologica (Cox 1985; Smith 1985 citati in Cox et al., 2000; Winnubst et al., 1996).

    Esistono delle prove in letteratura circa la diversa distribuzione dei rischi psicosociali nell’ambito di differenti tipologie di lavoro effettuato. Rientra in questi studi un lavoro di Warr (1992) in cui viene effettuato un confronto tra la differente distribuzione dei rischi in un lavoro manuale ed in uno manageriale. Il lavoro manuale aumenta la probabilità di esposizione a rischi legati al carico di lavoro (sia eccessivo che ridotto), al basso potere decisionale e di partecipazione ed alla scarsa varietà dei compiti, ad un uso ridotto delle potenziali capacità nel caso di lavoro ritenuto poco qualificato. Il lavoro manageriale aumenta l’esposizione a rischi legati al sovraccarico di lavoro, a problemi di ruolo e all’incertezza lavorativa (Warr, 1992).

  • Orario di lavoro
    Sono stati condotti diversi studi, in ambito comunitario, sulla problematica degli orari di lavoro sia rispetto alla tipologia di lavoro a turni sia rispetto al superamento dell’orario ordinario (lavoro straordinario). Nella relazione sulle condizioni di lavoro della fondazione europea (1996) è stato evidenziato che il 49% dei lavoratori comunitari lavora più di 40 ore a settimana ed il 23% più di 45 ore e si è registrato un aumento di problemi di salute (legati prevalentemente allo stress) in funzione delle ore lavorate. Alcuni di questi studi, hanno dimostrato che il lavoro prolungato desta particolari preoccupazioni per la salute fisica e psicologica sottoponendo il lavoratore a diversi rischi professionali in ordine alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

    In particolare Rosa et al., (1989) hanno dimostrato come, dopo un periodo di sette mesi con turni di 12 ore lavorative giornaliere per 3-4 volte la settimana, si registri un abbassamento dello stato di allerta, un aumento della sensazione di fatica ed una diminuzione delle ore di sonno rispetto a turni di 8 ore lavorative giornaliere distribuite durante la settimana. È stato, inoltre, evidenziato (Stampi, 1989) che l’accumulo di sonno interferisce negativamente con le prestazioni ed il rendimento lavorativo abbassando conseguentemente la produttività individuale (Rosa et al., 1989; Stampi, 1989 citati in Bernardi F., Sprini G., 2005).
Psicologo Bologna Tania Braga Psicologo Bologna Tania Braga